Luciano De Crescenzo (20 agosto 1928-18 luglio 2019)

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Lo piangiamo tutti, era unico.

Scrittore, regista, attore e conduttore televisivo, aveva quasi 91 anni.

Arbore: “Era maestro delle cose belle”

Il mondo della cultura piange un’altra grande voce e dice addio a Luciano De Crescenzo, 90 anni, scomparso poco fa a Roma, dove era ricoverato da alcuni giorni, per le conseguenze di una polmonite. Scrittore, regista, conduttore televisivo, attore, autore di best-seller conosciutissimi anche all’estero, come Così parlò Bellavista, da cui poi è stato tratto il famosissimo film, De Crescenzo ha avuto il grande merito di saper raccontare la storia e la filosofia al grande pubblico, con schiettezza d’animo e semplicità di parole.
Nel corso della sua carriera, ha scritto circa cinquanta libri, vendendo 18 milioni di copie nel mondo, di cui 7 milioni in Italia. Le sue opere sono state tradotte in 19 lingue e diffuse in 25 Paesi.
“Esprimo il cordoglio profondo mio personale e della città di Napoli per la fine terrena del grande Luciano De Crescenzo, uomo di immensa cultura che ha saputo interpretare al meglio l’anima del popolo napoletano”, ha scritto il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. “Grazie per aver contribuito ad avvicinare, con ironia e leggerezza, tanti giovani allo studio della mitologia greca e all’amore per la filosofia. Fa’ buon viaggio”, ha commentato su Twitter il ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli. “Con la scomparsa di Luciano De Crescenzo perdiamo tutti un grande amico. Era un maestro per tutte le cose belle che c’ha fatto conoscere. È una gravissima perdita per la cultura italiana e per la città di Napoli di cui era un esponente fiero ed orgoglioso”, così in un messaggio Renzo Arbore.
Luciano De Crescenzo nacque il 20 agosto 1928, a Napoli, nel Quartiere San Ferdinando, nel borgo Santa Lucia. Abitò al civico 40 di via Generale Orsini, nello stesso palazzo in cui era nato il suo storico amico Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer. Da giovane lavorò nella ditta di guanti gestita dal padre e, durante la Seconda guerra mondiale, la famiglia si trasferì a Cassino.
Dopo la laurea in ingegneria idraulica, conseguita con il massimo dei voti all’Università Federico II di Napoli, allievo del grande matematico Renato Caccioppoli, svolse attività differenti, da venditore di tappeti a cronometrista alle Olimpiadi di Roma del 1960. A Milano trovò lavoro nell’IMB, dove rimase per circa 20 anni, come addetto alle pubbliche relazioni.
Promosso dirigente, decise di lasciare il suo lavoro e dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, favorito anche dall’interessamento di Maurizio Costanzo, padrino della sua prima opera, Così parlò Bellavista, che tra il 1976 e il 1977 vendette più di 600mila copie, venendo tradotta anche in giapponese e diventando un caso letterario. Nel 1998, con Il tempo e la felicità, edito da Mondadori, vinse il Premio Cimitile. Seguì una lunghissima serie di romanzi (Oi dialogoi del 1985, Sembra ieri del 1997, La distrazione del 2000), cui si aggiungono opere di saggistica divulgativa, come l’apprezzatissima serie sulla Storia della filosofia greca. Alla cultura greca dedicò anche una serie televisiva sui miti e le leggende, Zeus – Le Gesta degli Dei e degli Eroi, andata in onda su Rai e Mediaset.
De Crescenzo è stato anche attore, nel film di Renzo Arbore, FF.SS. – Cioè: «…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?», oltre che nelle sue pellicole, come Così parlò Bellavista e Il mistero di Bellavista.

 

“’La vita è vita‘ risponde prontamente il dottor Vittorio. ‘E non credere che la risposta sia banale. Significa che la cosa più importante è vivere‘.”

LUCIANO DE CRESCENZO

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Andrea Camilleri (6 settembre 1925 – 17 luglio 2019)

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Camilleri, nato nel 1925 a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, raggiunse il successo soltanto in età già avanzata, a quasi 70 anni, dopo una lunga carriera di regista, sceneggiatore e funzionario della RAI. Per molto tempo infatti faticò a trovare un editore e un pubblico: per pubblicare il suo primo romanzo, il giallo Il corso delle cose, si rivolse a una casa editrice a pagamento, Lalli. Era il 1978 e mancavano ancora 20 anni alle decine di migliaia di copie vendute di La concessione del telefono, peraltro il primo libro a essere venduto dalla libreria online IBS, e alla “consacrazione” – come si dice in questi casi – di Camilleri. Poi pubblicò con alcune delle maggiori case editrici italiane, Mondadori e Rizzoli, anche se la maggior parte dei suoi libri è uscita per la casa editrice siciliana Sellerio, che in un certo senso “scoprì” Camilleri.

Era un autore incredibilmente prolifico: sono stati pubblicati più di cento libri a suo nome e anche in questi ultimi anni ha continuato a pubblicare più di un nuovo libro all’anno (sei in media), sempre arrivando in cima alle classifiche dei libri più venduti. Anche nelle ultime settimane Il cuoco dell’Alcyon, l’ultimo romanzo con protagonista il commissario Salvo Montalbano, uscito il 30 maggio, è stato nelle prime posizioni.

Il primo romanzo di Camilleri fu La forma dell’acqua, pubblicato nel 1994: il titolo fa riferimento alla montatura costruita attorno all’omicidio al centro del romanzo, paragonata a un recipiente che dà all’acqua la sua forma. Il nome di Montalbano invece è un omaggio allo scrittore catalano Manuel Vázquez Montalbán, autore della serie di romanzi dell’investigatore privato Pepe Carvalho, che come Montalbano è un appassionato di cucina. Il successo di Camilleri è strettamente legato a quello di Montalbano, che dal 1999 è associato all’attore Luca Zingaretti (fratello del segretario del Partito Democratico Nicola) che interpreta il commissario nella serie tv tratta dai romanzi di Camilleri, tuttora in produzione.

 

Andrea Camilleri, tra i più famosi e amati scrittori italiani degli ultimi vent’anni, celebre per la sua fortunatissima serie di gialli sull’ispettore Montalbano e per il suo stile che mescolava italiano e siciliano, è morto alle 8.20 di oggi a Roma, dopo essere stato ricoverato lo scorso 17 giugno all’ospedale Santo Spirito per un arresto cardiaco. Aveva 93 anni. La morte è stata comunicata «con profondo cordoglio» dalla Asl Roma 1, che ha spiegato che «le condizioni sempre critiche di questi giorni si sono aggravate nelle ultime ore compromettendo le funzioni vitali».

Camilleri era uno degli autori italiani di maggior successo commerciale, anche all’estero, principalmente grazie alla serie su Montalbano, ambientata in Sicilia e pubblicata da Sellerio. Dalla serie è stata tratta anche una serie televisiva di grandissimo successo, in onda da anni sulla Rai e con protagonista Luca Zingaretti. «Per volontà del Maestro e della famiglia le esequie saranno riservate. Verrà reso noto dove portare un ultimo omaggio», ha comunicato l’ospedale.

 

Per tutta la vita Camilleri è stato anche attivo in politica. Negli anni Quaranta, quando era ancora studente, si iscrisse al Partito Comunista e dopo essere diventato celebre come scrittore prese parte a moltissimi dibattiti politici, in particolare contro l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e, più di recente, contro le politiche anti-immigrazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Già da qualche anno Camilleri era diventato cieco: lo aveva annunciato in una nota finale nel suo centesimo libro, il romanzo con Montalbano L’altro capo del filo, «scritto nella sopravvenuta cecità». Per portare a termine questo libro e quelli successivi, Camilleri si era affidato alla sua assistente Valentina Alferj, da lui definita «l’unica che sia in grado di scrivere in vigatese». In previsione della sua stessa morte Camilleri, ben tredici anni fa, aveva consegnato a Sellerio l’ultimo romanzo su Montalbano, con il finale della sua storia, chiedendo che fosse pubblicato solo dopo la sua morte. Nel 2017 aveva raccontato a Bianca Berlinguer durante una puntata di #Cartabianca:

Ho scritto la fine dieci anni fa… ho trovato la soluzione che mi piaceva e l’ho scritta di getto, non si sa mai se poi arriva l’Alzheimer. Ecco, temendo l’Alzheimer ho preferito scrivere subito il finale. La cosa che mi fa più sorridere è quando sento che il manoscritto è custodito nella cassaforte dell’editore… È semplicemente conservato in un cassetto (…) Montalbano non morirà. Nessuna autopsia. Ma non potrà sbucare da nessun’altra parte… Se ne andrà, sparirà ma senza morire.

È morto Andrea Camilleri

“Mentre il rigore morale e l’onestà non sono contagiosi, l’assenza di etica e la corruzione lo sono, e possono moltiplicarsi esponenzialmente con straordinaria velocità.”

ANDREA CAMILLERI

Flavia delle favole

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Flavia delle favole

unguento d’amore

a sgocciolare dal cielo,

ancora attaccata

a quel cordone ramoscello.

Dal grembo di tua madre

inizi il tuo cammino

piccolo angelo

che della terra

fai la tua casa.

Quegli occhi

che sanno di color fiaba

penetranti le corolle

di gerbere e gardenie.

 

Flavia delle favole

nell’afflato dell’universo

a raccontare la vita

in un giorno che mai sarà perso.

Vola come farfalla

che dei giardini fa il suo regno

e del cielo la cornice di un sogno.

Di velluto e organza

sei nata nella storia d’amore più bella.

 

(Alla mia nipotina Flavia, nata il 24 giugno 2019)

 

©Patrizia Portoghese

 

 

 

Omaggio a Pablo Neruda (12 luglio 1904-23 settembre 1973)

IL POETA

Sui sentieri dell'anima... di Scrivere per Amore

NERUDA

Un Poeta che adoro. Uno dei più grandi del XX secolo. Leggerlo è una risorsa continua. I suoi versi traboccano d’amore per la donna. Non solo, la sua poesia abbraccia l’amore a livello universale. Ne traccia immagini bellissime dalla natura, dal sociale. Fino alla difesa dei diritti umani.
La sua poesia è semplice, fluente. Non ricca di terminologia particolare. E’ così che arriva direttamente al cuore di chi legge. Usa un verso libero che esprime con forza e delicatezza tutto ciò che c’è da dire. Si vola con la fantasia tra i suoi versi e sembra ci si possa immergere nei passi più caldi e determinati, dolci e passionali.
Ha ricevuto il Premio Nobel per la letteratura nel 1971. Nato a Parral-Cile il 12 luglio 1904 e morto a Santiago del Cile il 23 settembre 1973, poco dopo il golpe di Pinochet.

Difficile scegliere tra le sue liriche… Troppo belle…

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IL BACIO

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Il Bacio

Lungo e imperante
specchio di un’atavica fedeltà
primitiva estasi di labbra.

Il bacio un sorso di passione
leggerezza e profondità
nelle bocche silenziose
che si protendono nell’infinito.

Silenzioso urla nel diletto
peregrino nel perpetuo scorrere
del piacere nell’abbraccio
caldo e sensoriale.

Ed è estasi nel prolungamento dei sensi
abbarbicati al profumo che tesse
come un ragno la tela.

Mentre la febbre d’amore prevale
e scolpisce un attimo d’eternità.

Patrizia Portoghese

 

https://patriziaportoghese.com/2011/10/19/il-bacio/

Nata di luglio

Buon mese di Luglio…

Sui sentieri dell'anima... di Scrivere per Amore

Pattyrose

Sono nata di luglio
il mese dove alberga il sole
e dove la luna ha il suo giaciglio.

Declino ogni promessa
perchè ogni mio sogno si avveri
incurante dello sciamare della sabbia.

In quella clessidra
che girata al contrario riflette
un soffio d’aria che non vuol scendere.

Nell’ ancora della vita
gettata al largo di un nuovo orizzonte,
si sublima la tavolozza di colori, nelle sfumature
e strugge il desiderio nello stillicidio di certe speranze.

Nel giorno del mio compleanno 20 luglio 1961…

@Patrizia Portoghese alias Pattyrose
Tutti i diritti riservati

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L’aquilone ( a mia madre)

Auguri Mamma…

Sui sentieri dell'anima... di Scrivere per Amore

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Auguri mamma, oggi sarebbe stato il tuo compleanno… Mi sei nel cuore ❤

Ho bisogno di nuova forza
per superare l’ennesimo dolore
e non servono lacrime,
solo veli di seta
per accarezzarti il cuore.

Stringerò le tue mani
perchè il legame non s’interrompa
e non si spezzino gli argini
d’un indelebile sentimento.

La lontananza è stato un errore
dettato dall’umana condizione
di spine conficcate senza una ragione
di esseri che hanno creato l’occasione.

Un’altra madre me l’aveva sussurrato
i genitori sono quelli che la vita…
Sì la vita!Ti hanno donato.
Perdona e sarai perdonato.

In un abbraccio di sofferenza
ora custodisco il nostro amore
perché voli ora e sempre
più in alto di mille soli.

Mamma, non sarà qui che continuerà
il nostro viaggio,
ci sarà un posto altrove che tutti dicono migliore
ed è proprio lì che atterrerà un nuovo aquilone.

@Patrizia Portoghese 

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Non sarò mai lontana – 3° premio poesia a tema libero

All’insegna della poesia, della condivisione e della solidarietà.

Il premio ancor più gradito, forse perché partecipo poco ai concorsi e partecipo soprattutto a quelli che hanno un fine benefico. In questo caso con il Concorso Nazionale PIT STOP ho aiutato la campagna per la sensibilizzazione alla sicurezza stradale e per scuotere le coscienze delle Istituzioni di fronte alle tragedie delle morti causate da una manutenzione inesistente delle strade. Dedicato alle vittime degli incidenti stradali.
La poesia meritevole del 3° premio poesia a tema libero è questa… Scritta in un momento complicato della mia vita e quella di mio figlio.

 

L'immagine può contenere: una o più persone, persone sedute e spazio al chiuso

 

Come neve al sole

brucia questa primavera

di sale e sangue.

Inalterati i ricordi

che di cristallo sono forgiati

nella memoria di madre.

Nessun orpello

a far da tramite

tra quello che stato ed è

e forse non sarà.

E’ solo una canzone disperata,

una pioggia che non finisce,

una lacrima che non vuol scendere.

Non sarò mai lontana

che l’amore è come la vita

un dono da non disperdere

una condanna a non morire.

Mi chiamerai un giorno

e ci sarò a coprirti

con una coperta di stelle

che si accenderanno per te

ancora una volta

al suono della più bella ninna-nanna.

Come neve al sole

questo amore così speciale

non si scioglierà, mai.

©Patrizia Portoghese

 

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Con il vice presidente dell’Associazione Culturale ‘IL FARO’

Renato Fedi

Meryl Streep

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Compie settantanni la mia attrice preferita.

Unica nel suo genere, donna vera, attrice sensibile. Mostra con orgoglio le sue rughe e ne fa un vanto (ricordate la nostra Anna Magnani?).

Vincitrice di tre premi Oscar e con il maggior numero di candidature allo stesso.

Dalla ‘Scelta di Sophie’ ai ‘Ponti di Madison County’, da ‘Kramer contro Kramer’ a ‘La mia Africa’ fino agli ultimi successi. Una fila lunghissima di interpretazioni da manuale che l’hanno resa forse la miglior attrice degli ultimi quarantanni.

 

Auguri Meryl!

 

MERYL

Rasenti la bellezza
quella non perfetta
quella che si legge negli occhi.

Divini le parole
in un fotogramma d’amore
raccogli stille di cuore
nei palpiti tuoi di Donna.

Desideri e sogni
tra petali di rose bianche
sei sfinge di cristallo.

Sei poesia su uno schermo bianco
dipinto nel volto che è vita.

Nel flashback d’un film
la voglia d’essere come te
baciata e spettinata
dall’uomo dei sogni.

@Patrizia Portoghese 

La Poetica di Faber (1^parte)

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Non si esagera dicendo che De André è il più grande o tra i più grandi cantautori italiani ed europei del Novecento. La ricchezza e la profondità delle sue composizioni stupiranno e incanteranno generazioni e generazioni come ne hanno incantate da decenni.

In questo breve scritto intendiamo sintetizzare gli aspetti principali della sua poetica.

Dalla vita all’arte

L’infanzia genovese di De André corrisponde al quadro del figlio annoiato di buona famiglia: bravate in gruppo, bande di ragazzi, e più tardi bevute, corse in auto. Nella giovinezza di De André, con il suo ribellismo sterile, troviamo la fonte più ovvia e superficiale di ispirazione della sua poesia, è la fonte a cui arrivano i suoi fan più superficiali che così possono facilmente immedesimarsi nelle azioni da teppistello che chiunque da giovane ha fatto o almeno ha immaginato. A queste azioni seguivano punizioni familiari che spingevano ovviamente a nuove azioni. La scuola andava male e ciò allontanava De André dal fratello. Uno dei motivi per cui si ribellasse a tal punto alla scuola è da ricercarsi proprio nella circostanza che il padre ne gestiva una e dunque la scuola, che già di per sé è uno strumento di coercizione sociale, per De André assumeva i contorni dell’istituzione oppressiva per eccellenza, dove si univa repressione sociale e familiare. In questo periodo i genitori lo spinsero a prendere lezioni di violino e poi di chitarra.

Le prime passione musicali di De André furono il country e il jazz, nonché i cantautori francesi (Piaf, Becaud e poi soprattutto Brassens).

Negli anni del liceo, sempre ribelle, De André comincia a occuparsi di “spettacolo” (recite, ecc.) e comincia a conoscere le ragazze con cui, dice il libro, aveva un successo strepitoso. Va anche maturando il suo anarchismo sempre più cosciente (nemmeno diciottenne si iscrive alla federazione anarchica), con la sua insofferenza per l’inquadramento. Sempre in quel periodo si mette con una prostituta (Anna) e diviene contemporaneamente alcolista e stirneriano (qualcuno potrebbe dire, post hoc quia propter hoc!). La vita da debosciato, tra feste, donne e alcol continuava insieme ad alcuni amici (Villaggio e altri), favorita dal semplice fatto che De André aveva comunque le spalle coperte. All’inizio degli anni ’60 De André comincia a comporre. Le sue prime canzoni sono episodi separati, anche se in fondo il senso è sempre comune e ricostruisce una poetica unitaria tipica del poeta maledetto che canta gli emarginati le cui azioni, spesso eclatanti, non conducono comunque a nulla.

In questo periodo De André conosce la sua prima moglie, Puny, anch’essa altolocata. Inizia ad incidere (Nuvole barocche, La ballata del Miché ecc.) e conosce anche Ricordi che lo incoraggia nonostante le divergenze politiche (Ricordi era comunista). Nel complesso quello fu il periodo più normale di De André. Lavorava nella scuola del padre, studiava legge, si era sposato con Puny, aveva avuto Cristiano. Sono anche gli anni in cui De André compone La guerra di Piero (che rimase invenduta fino all’esplodere del ’68-’69) e La canzone di Marinella. La sintesi di questo periodo è “Volume I”, che contiene poesie di grande livello e che giunse secondo in classifica (in quel periodo De André subisce anche il processo, poi archiviato, per Carlo Martello).

Sin da subito si vede quella che è la sua pecca maggiore. Per citare Rino Gaetano “abbasso le canzoni senza fatti e soluzioni” e le canzoni di De André sono proprio sempre così: storielle a lieto fine (rovesciando la morale costituita), in cui spesso va a finire bene (Il gorilla, Bocca di Rosa, Carlo Martello), o malissimo (Miché, Piero, ecc.) ma comunque vada non c’è nessuna alternativa praticabile, come fossimo all’interno della più rigida tragedia ateniese. La svolta della carriera arrivò con l’interpretazione di Marinella fatta da Mina. Con quel passaggio De André si impose come un grande della musica leggera. Fu un vantaggio perché arrivò sulla scena appena prima dell’esplosione delle lotte, con una tematica non qualunquista (canzoncine d’amore ecc.) ma nemmeno impegnata e dunque un perfetto artista di transizione.

L’anno dopo venne registrato “Tutti morimmo a stento” che è forse la punta massima della poetica da alcolista anarchico che De André allora incarnava. Poco dopo uscì “Volume III”.

In quel periodo De André ancora non si esibiva. Non si riteneva capace di esibizioni live e probabilmente la sua timidezza non era una maschera. I primi tre lavori, anche se non del tutto ex ante, erano di fatto già concept album. Le tematiche erano le stesse, a volte affrontate con flash su epoche storiche e situazioni molto distanti, tuttavia ogni canzone era fruibile (e lo fu anche commercialmente) anche da sola.

Nel 1970 esce invece “La buona novella” che è il concept album per eccellenza. All’uscita, ma anche dopo, molti non capirono questo disco e De André se ne lamentò. Ma l’incomprensione era inevitabile. La classe operaia, dopo venticinque anni di sostanziale passività, stava passando all’attacco, con un’irruenza che prese di sorpresa tutti, riversando sulla società borghese una sana ferocia proletaria e questo disco arriva, al massimo, a fare qualche critica qui e là alla religione ufficiale, religione che tra i giovani era totalmente screditata. Era un disco che avrebbe fatto scandalo nel ’66 ma era decisamente indietro rispetto al movimento nel ’70. Peraltro l’idea che i Vangeli apocrifi siano in qualche modo più contestatori di quelli ufficiali non ha nessuna base storica né letteraria (basta leggerli per vedere che, se mai, rappresentano l’anima più retriva e superstiziosa del cristianesimo). In un momento in cui centinaia di migliaia di giovani si attrezzavano per fare una rivoluzione vera (persino militarmente), De André gli diceva di guardare all’esempio di un rivoluzionario mai esistito. Davvero un po’ poco. L’anno dopo compose “Non al denaro…”, che è un altro concept album eccellente. Il lavoro di traduzione dell’antologia di Spoon River è eccezionale. Peraltro in questo disco entra il giovanissimo Nicola Piovani. Con quel gruppo De André compose l’anno dopo “Storia di un impiegato”. Eravamo nella piena dell’onda delle lotte e finalmente se ne accorse anche lui, a suo modo. Poiché Piovani e altri erano compagni, De André li “riequilibrò”:

“C’era il gruppo marxista, che erano Dané, Piovani, Bentivoglio…avevo i fondamentalisti. Io ho voluto qualcuno che la pensasse come me…”

Peraltro le idee politiche di Piovani emergono anche dal fatto che anni dopo compose la colonna sonora del “Treno di Lenin”. Comunque quell’album, tra i migliori di Fabrizio, rappresenta il tentativo più alto e sincero di De André di entrare in contatto col movimento. Lo fa concependosi al di fuori di esso, anzi a movimento finito, come un suo complice che decide di buttarsi nella mischia quando ormai è tutto finito. Ovviamente e coerentemente concepisce il proprio impegno politico da vero narodniki come un bombarolo che paga le conseguenze della propria attività dinamitarda. Le sue idee anarchiche emergono da ogni parola dell’album così come il legame tra queste idee e i suoi problemi familiari (sua madre dovrebbe accettare la “bomba” cioè le idee politiche, con serenità; lui vuole prendere il posto di suo padre, e in realtà lo aveva preso come preside della scuola!, ecc.). Sentiamo che ne dice Piovani:

“In questo album ci sono le prime inclusioni di strumenti elettronici. È comunque un disco un po’ più ideologico del precedente. Proprio per questo è abbastanza penalizzato. L’ideologia a quel tempo andava di moda. Lui è un anarchico, sì, ma non è che sia un disco marxista-leninista, è un disco che anche per un anarchico può andare bene.”, e poi prosegue spiegando che “Non al denaro…” in quanto solo opera poetica “sta sempre a galla”, ma che comunque meglio album come “Storia di un impiegato” di opere puramente ideologiche.

Fu in quel periodo che De André si comprò L’Agnata, in Gallura, e che il rapporto con Puny entrò in crisi definitivamente a causa delle relazioni con altre donne.

“Storia di un impiegato” chiude un ciclo. Dopo quell’album De André perse completamente la vena artistica. È certo un problema personale ma anche sociale: il movimento operaio era ancora in avanti e questo confliggeva con tutte le idee politiche di Fabrizio. D’altra parte non stava vincendo e questo significava, in prospettiva, una situazione non migliore. Fatto sta che se fosse dipeso da lui non avrebbe scritto nulla forse fino a “Rimini” e oltre. Ma ovviamente non si poteva. Così gli fecero conoscere De Gregori. In proposito ci sono da osservare due cose: De Gregori viene dallo stesso identico milieu di De André (“in famiglia stava avendo gli stessi problemi vissuti da Fabrizio”); artisticamente sono su due mondi separati. Non si può spiegare facilmente. A volte De Gregori è più esplicito nei testi ma non è questo. Semplicemente non c’entravano nulla. Peraltro lo stesso De André ammise il tutto:

“Effettivamente in quel periodo ero in crisi e, piuttosto che non scrivere nulla, mi sembrò giusto mettermi a tradurre”

Così nel ’74 uscì “Canzoni” che sinceramente è un album di basso livello anche se qui e là ci sono dei guizzi divertenti. Dylan che filtra in De André attraverso De Gregori produce la noia mortale de La cattiva strada; Dylan che entra in De André direttamente produce canzoni magistrali come Avventura a Durango. Nel ’75 De André conobbe Dori Ghezzi che poi si sposò e con cui ebbe nel ’77 Luvi (Luisa Vittoria). È importante notare che Dori è l’unica presenza operaia nella vita di Fabrizio. In quel periodo De André sarebbe anche potuto finire suicida, morto di cirrosi o cose simili. I piedi per terra di un ambiente proletario gli salvarono la vita e lo rimisero in carreggiata. Che artisticamente le cose non fossero migliorate lo dimostra “Volume VIII” di cui si salva forse Amico Fragile di cui lo stesso Fabrizio dice:

“è forse la canzone più importante che abbia mai scritto, sicuramente quella che più mi appartiene. Perché le canzoni che scrivo mi appartengono solo in parte.”

In ogni modo in quel periodo De André decise di esibirsi dal vivo. A dimostrazione della posizione che De André occupava sulla scena artistica del periodo, la tournée si svolgeva in feste dell’Unità, di Lotta Continua e poi alla Bussola, tanto per non accontentare nessuno. Un po’ il contatto con il pubblico, un po’ la crisi del movimento danno De André di nuova linfa. Esce così “Rimini” (in cui si cita apertamente Lama che viene contestato alla Sapienza), che dovrebbe (secondo alcuni) essere “uno spietato ritratto della piccola borghesia, della sua assenza morale e politica che consente di raggiungere i propri obiettivi”, ma che sembra piuttosto il tentativo di capire che cosa stava uscendo fuori dal calderone del ’77. Poco dopo ci fu la tournée con la PFM. A tal proposito c’è da dire che artisticamente la cosa fu un enorme successo perché i dischi che ne sono usciti sono eccellenti, ma si trattava lo stesso di un’unione senza principi con palesi scopi commerciali che non si tentò neppure di nascondere. Mussida selezionò alcune canzoni di De André che gli sembravano adatte a loro, fecero la tournée e poi amici come prima. Gli arrangiamenti furono davvero felici e alcune canzoni ne emersero ancora meglio, a dimostrazione della profondità del loro tessuto poetico, ma il senso complessivo dell’operazione aveva il respiro corto. In quel periodo peraltro fare concerti era dura, con risse, gruppetti che si menavano, lo stesso De André contestato ecc.

Gli anni ’70 si chiusero per De André nel modo peggiore, con il rapimento durato mesi e che debilitò non poco la coppia. È divertente che uno dei rapitori, che era di sinistra, “si mostrò dispiaciuto che anche Dori, figlia di operai, fosse stata rapita. Spiegò che quella era la sua unica possibilità di lavoro. De André capì che era vero”. Effettivamente l’anno dopo fu arrestata la banda al completo, uno era un assessore del Pci in Barbagia.

In quel periodo escono “Una storia sbagliata” (dedicato a Pasolini, con cui senz’altro De André aveva punti di contatto) e l’anno dopo l’album “L’indiano”. Il disco contiene canzoni molto belle e cui fa seguito una lunga tourneé. È anche il periodo in cui Fabrizio incontra Pagani, con cui creerà “Creuza de Ma”. Questo album aveva almeno due scopi artistico-politici: contrastare lo strapotere della dance music e dare un esempio concreto di musica mediterranea. Pagani era conscio del legame con la fase politica attraversata e infatti dice:

“Il movimento in pratica era finito…Ci si sentiva un po’ tutti soli, in balia degli eventi…Entrambi volevamo dare una valenza di opposizione al segno predominante americano”

Quell’album ricevette una marea di riconoscimenti. Il disco non ha molte “valenze sociali” come De André disse dopo, ma era un grande disco. Seguono sette anni di Sardegna, qualche lutto familiare e poi “Le Nuvole”, in cui si cita il conflitto tra Socrate e i benpensanti di allora (Aristofane appunto) come specchio per attaccare i benpensanti di oggi. Secondo molti, questo è il suo disco più politico. Indubbiamente, in un periodo di esaltazione reazionaria dopo il crollo dello stalinismo, De André si difese bene (prendendo posizione a favore di “Curcio il carbonaro” e così implicitamente legittimando la tendenza politica che, forse, sentiva più vicina a lui del movimento). L’album va benissimo, e così la tournée. Infine, sei anni dopo, è la volta dell’ultimo album a cui De André poté lavorare, “Anime salve”, che si concentra sul tema delle minoranze, in un periodo in cui razzismo e ideologie reazionarie in genere hanno una presa notevole. Dopo l’album Fabrizio fece due serie di concerti, una delle quali a teatro. Nel ’98 gli venne diagnosticato un inguaribile cancro ai polmoni. L’anno dopo ci ha lasciato.

temi centrali che emergono dalla vita di De André sono:

– il rapporto con la campagna, dove visse a lungo da piccolo e dove volle tornare, con enorme sperpero di denaro, con la tenuta in Sardegna;

– il conflitto con l’ambiente borghese incarnato soprattutto nella figura del padre e che determina il ribellismo giovanile, mai superato, almeno ideologicamente, nelle fasi successive;

– la ricerca dell’emarginazione vista come un’esclusione totale, assoluta dalla società, dalle convenzioni dominanti. De André non è mai stato interessato al movimento reale che trasformava la realtà, ma piuttosto alle figure, apparentemente senza tempo, che restano ai margini di questa lotta, spesso benevolmente, ma che non vi possono proprio partecipare. Per lui il punto sociale più lontano possibile dalla famiglia e dalla classe dominante non era un partito rivoluzionario ma una bettola o la camera di una prostituta. Canta delle rivoluzioni a rivoluzioni finite, mostra pietà per gli umili, ma presi uno ad uno; il marginale è in De André una figura quasi primitiva che sola, conserva la purezza originaria nelle diverse fasi di sviluppo attraversate dall’uomo;

– il disprezzo per le opinioni dominanti che, negli anni ’70, erano spesso opinioni di sinistra persino nei circoli borghesi frequentati da De André. Indubbiamente il Pci di Genova, stalinista all’ennesima potenza, non ha aiutato, ma c’è una vena ancora più forte di volontà di autoescludersi dal movimento, di convinzione che qualunque massa di persone condividano un’idea la renda in qualche modo infetta. All’epoca delle lotte si bollava la poetica di De André come decadente e disfattista, il che è vero ma significa poco. La sua decadenza sta nell’entrare in scena al momento della sconfitta, il suo disfattismo sta nel descrivere la ritirata. Ecco perché quando la ritirata diviene rotta, De André ha un rigurgito di orgoglio. Per oltre un quinquennio tace, ma poi erutta. Ecco che quando c’è chi rinnega quello che non è mai stato, De André difende la profonda moralità della lotta e di chi l’ha combattuta e si fa beffe dei cantanti che cantano “per i longobardi e per i centralisti/ per l’Amazzonia e per la pecunia/ nei palastilisti/ e dai padri maristi”. Prima dell’esplosione del movimento di lotta, De André si limita a farsi beffe del perbenismo borghese, sintetizzato dalla doppia morale sessuale e dal ruolo della prostituzione. Dopo la centrifuga del ’68’-75, va oltre e mette a nudo i fili stessi della società. Fuori tempo massimo.

– questo vale anche per l’amore, sempre sfortunato, sempre stereotipato sempre uguale a se stesso nella sua fine triste scritta nelle sue stesse premesse. Per De André l’amore è come la rivoluzione, ne diveniamo coscienti a occasione perduta; in mezzo è solo una bolgia confusa, pericolosa e massificante.

Bocca di rosa
La chiamavano bocca di rosa
Metteva l’amore, metteva l’amore
La chiamavano bocca di rosa
Metteva l’amore sopra ogni cosa
Appena scese alla stazione
Nel paesino di Sant’Ilario
Tutti si accorsero con uno sguardo
Che non si trattava di un missionario
C’è chi l’amore lo fa per noia
Chi se lo sceglie per professione
Bocca di rosa né l’uno né l’altro
Lei lo faceva per passione
Ma la passione spesso conduce
A soddisfare le proprie voglie
Senza indagare se il concupito
Ha il cuore libero oppure ha moglie
E fu così che da un giorno all’altro
Bocca di rosa si tirò addosso
L’ira funesta delle cagnette
A cui aveva sottratto l’osso
Ma le comari d’un paesino
Non brillano certo in iniziativa
Le contromisure fino a quel punto
Si limitavano all’invettiva
Si sa che la gente dà buoni consigli
Sentendosi come Gesù nel tempio
Si sa che la gente dà buoni consigli
Se non può più dare cattivo esempio
Così una vecchia mai stata moglie
Senza mai figli, senza più voglie
Si prese la briga e di certo il gusto
Di dare a tutte il consiglio giusto
E rivolgendosi alle cornute
Le apostrofò con parole argute
“Il furto d’amore sarà punito”
Disse “dall’ordine costituito”
E quelle andarono dal commissario
E dissero senza parafrasare
“Quella schifosa ha già troppi clienti
Più di un consorzio alimentare”
Ed arrivarono quattro gendarmi
Con i pennacchi, con i pennacchi
Ed arrivarono quattro gendarmi
Con i pennacchi e con le armi
Spesso gli sbirri e i carabinieri
Al proprio dovere vengono meno
Ma non quando sono in alta uniforme
E l’accompagnarono al primo treno
Alla stazione c’erano tutti
Dal commissario al sacrestano
Alla stazione c’erano tutti
Con gli occhi rossi e il cappello in mano
A salutare chi per un poco
Senza pretese, senza pretese
A salutare chi per un poco
Portò l’amore nel paese
C’era un cartello giallo
Con una scritta nera
Diceva “addio bocca di rosa
Con te se ne parte la primavera”
Ma una notizia un po’ originale
Non ha bisogno di alcun giornale
Come una freccia dall’arco scocca
Vola veloce di bocca in bocca
E alla stazione successiva
Molta più gente di quando partiva
Chi mandò un bacio, chi gettò un fiore
Chi si prenota per due ore
Persino il parroco che non disprezza
Fra un miserere e un’estrema unzione
Il bene effimero della bellezza
La vuole accanto in processione
E con la Vergine in prima fila
E bocca di rosa poco lontano
Si porta a spasso per il paese
L’amore sacro e l’amor profano

Un corvo dagli occhi celesti

Sui sentieri dell'anima... di Scrivere per Amore

L'immagine può contenere: una o più persone e primo piano“Non che fosse cattivo, però, solo stupido. Bisogna aver pazienza, con gli stupidi, perché le puttanate che fanno le fanno senza cattiveria. È la cattiveria, che fa incazzare.”
Charles Bukowski

A volte la cattiveria
si fa persona e langue
nel suo stesso grigio veleno.

Colpisce in controvento
e abbatte la verità con la bugia
a scapito di chi nulla sa della stessa.

Ah la cattiveria!
Subdola s’insinua lesta
e confonde il prossimo con maestria.

Innata dote
di una progenie sbagliata
scagliata per errore con un dardo
e raccolta da chi cercava amore in uno sguardo.

A volte la cattiveria
ha gli occhi del cielo
ma lo sguardo nascosto
a ben vedere è quello di un corvo,
un corvo dagli occhi celesti.

@Patrizia Portoghese in arte Pattyrose
Tutti i diritti riservati

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Un’oasi oltre il cielo

Sui sentieri dell'anima... di Scrivere per Amore

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Le nuvole s’affacciano dall’alto
dal crinale che svetta oltre il cielo
sfumate nel vernacolo del paesaggio.

Ed io, qui, a scrivere di loro
nell’attesa che un temporale s’addensi
per piangere lacrime di cristallo.

Mentre chiudo gli occhi
e respiro il canto delle cicale
asciugo lacrime antiche
nel ricordo dei giorni che furono.

Un’oasi oltre il cielo
allaga il mio sguardo
alla perenne ricerca di un nuovo anfratto.

La dolce visione mi sorride
e catturo ogni sospiro per farlo mio.

@Patrizia Portoghese
Tutti i diritti riservati

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