Se ne è andato a 71 anni l’attore William Hurt, aveva sofferto di un tumore alla prostatanato nel 1950 a Washington, noto per aver vinto nell’86 l’Oscar per Il bacio della donna ragno ed essere stato poi candidato con Figli di un dio minore nel ruolo di un insegnante per non udenti dai metodi non convenzionali, al fianco di Marlee Matlin, attrice davvero sordomuta, deb che prese subito l’Oscar. Era il nipote del fondatore del gruppo editoriale «Time-Life», quindi adolescenza ricca, studi classici e Shakespeare all’orizzonte.

Inizia con un regista inglese di fama estroversa come il caleidoscopico Ken Russell con Stati di allucinazione, passando poi a gialli più accomodanti ma non di routine (Uno scomodo testimone e Gorky Park). Biondo e con un fisico da cow boy, la sua specialità fu quella contraria, mostrare inquietudini interiori e con Lawrence Kasdan centra il bersaglio in Il grande freddo, film cult e racconto di alti e bassi di una generazione. Poi in Brivido caldo si accontenterà di fare il sex symbol dividendo il peso con Kathleen Turner. Lavorerà ancora con Kasdan (Turista per caso il titolo migliore) ma l’anno d’oro è l’85 con l’Oscar e il premio a Cannes per l’omosessuale prigioniero del film di Babenco dal romanzo di Puig, al fianco di Raul Julia.

In questa direzione sceglie personaggi scomodi e off limits, come il professore che s’innamora dell’allieva sordomuta o il giornalista tv di Dentro la notizia, di Brooks che denuncia i mass media con l’ardore degli anni 80 del quinto potere televisivo. Non è un attore facile né comodo, sceglie sempre vie traverse pur avendo un fisico da eroe, ma la sirena culturale lo porta fino allo spiritualismo di Wenders (Fino alla fine del mondo) e poi nella Peste di Puenzo, dove duplica un ruolo di medico già sostenuto in Un medico, un uomo.

Rappresentò in un cinema verso l’omologazione, la seduzione della coscienza, qualcosa che sfugge a una visione superficiale, ma è come una presenza invisibile in film come Smoke di Wayne Wang, Orso d’oro a Berlino. È un divo reticente, timido, ma seducente in modo alternativo e anche Zeffirelli lo mette alla prova romantica nel suo Jane Eyre prima di entrare brillante in Michael di Nora Ephron. L’ultima parte della carriera lo vede inevitabilmente, lui anche affermato attore di teatro, implicato in kolossal come A.I. intelligenza artificiale di Spielberg ma anche nel disturbante, profetico History of violence di Cronenberg, allenando la sua espressività a esprimere i molti modi della violenza contemporanea.

Into the wild con Penn e Robin Hood e infine l’ingresso nel pianeta fantasy con Captain AmericaBlack Widow e Avengers: Infinity War dei Russo. Sempre in azione anche nella vita sentimentale privata: un matrimonio, la relazione con una sceneggiatrice e una con la sua partner Matlin sul set di Figli di un Dio minore, un rapporto finito malamente per accusa di abusi e droga. Dal 1989 al 1993 è stato sposato con Heidi Henderson da cui ha avuto due figli, mentre una terza è nata dalla relazione con l’attrice francese Sandrine Bonnaire conosciuta sul set della Peste, sfortunata riduzione del romanzo di Camus. In teatro è stato una star, frequenta i versi scespiriani e i suoi eroi (Enrico IV, Romeo e Giulietta, Sogno di una notte di mezza estate), ma piace per Hurlyburly di Rabe con la regìa di Mike Nichols, mentre le ultime prove sono le più acclamate, nel cecoviano Ivanov diretto da Branagh e in Lunga giornata verso la notte, 2010, capolavoro di O’Neill.

(Corriere.it)

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