solo una rosa

Continuo a cercare
voglio arrivare al nucleo
di quella me stessa ritrovata
in un settembre di gioia dolorosa.

Dove gioia e dolore
erano versi e parole uniti
e non furono amati né capiti
perché la sensibilità era fuori rotta.

Le tempeste di ghiaccio
si avvicendarono nel mio universo
tutto annegava nei detriti di un amore
rinnegato e diversamente raccontato da chi
nel profumo di un mazzo di rose, mai, mi aveva cercato.

Solo una rosa
ha resistito nel cuore
non si è spenta al contatto di un raggio di sole
nell’effluvio di fiori colti nello smeraldo di una radura
dove un abbraccio misto a un bacio ha riacceso la brace già scura.

Oggi la gioia ha un nome
quel nome che risuona come un eco
quel suono che scintilla da un’arpa lontana
la sento qui, ora, nel giardino fiorito della vita
nell’essenza di quella rosa diventata per sempre poesia.

Patrizia Portoghese dalla silloge L’Orma Bianca 2015
Edizioni LunaNera

Continuare a cercare, è vero, ora che il caldo è svanito e l’aria non sembra avvelenata da ronzii diffusi, da un senso di soffocamento ingombrante, adesso che il cielo non sembra più, ogni attimo, pronto ad ardere in un fuoco ineffabile ma impregnante: ecco Patrizia, mentre tenta instancabilmente di trovare “il nucleo” di se stessa”, le tracce di un risveglio reso vitale dal sapore di midollo e dal gusto di dolcezza. Vuole allontanare il ricordo di giorni ai quali, forse, mai era stata destinata, quando “gioia e dolore” erano versi uniti e incompresi, perché la poesia apre mille porte ma non le confonde. Non è immateriale: allora, infatti, rimaneva oscura in quanto “la sensibilità era fuori rotta”.
La parola poetica si infiltra nell’anima in un mosaico di evocazioni, quasi un fascio di nervi la cui autentica forza, però, coincide con il pensiero; e quando l’angoscia d’amore offusca lo sguardo o “le tempeste di ghiaccio” spazzano via ogni cosa, tutto intorno si ascolterà la voce del suo canto anche se “diversamente raccontato”. Il peso del dolore che ha premuto le mani sul tuo petto cercando di divorare tutto, annegandolo “nei detriti di un amore”, lentamente si trasforma in una fonte di calore chiara dove si vede oltre, come un rogo bianco e trasparente: tra qualche triste ricordo, quanto riesce, a stento, a farsi avanti. La veglia inizia a presentarsi come un altro sogno, mentre la rosa sopravvissuta e illuminata tra i versi sta fiorendo. “Nell’effluvio di fiori còlti nello smeraldo di una radura / dove un abbraccio misto a un bacio ha riacceso la brace già scura”, giù, in fondo, si scorge un fiume: la sua acqua scorre per ricordare come il tempo sia anch’esso un fiume, dove i fiori, raccolti nella radura circostante e lì immersi, come atto volitivo, passano via con l’acqua che li lava. Ma, al tramonto, la corrente li risparmia, lasciandoli da soli sulle rive, simbolo di giorni o anni, per quanto tormentati, ora trasformati in simboli poetici, a lato di uno specchio d’acqua dove si rivela il nostro proprio, autentico volto, con un suo nome capace di “risuonare come un’eco“. È l’eco, divenuta soave e liberatoria dei paesaggi trascorsi dove forse la solitudine bloccava il resto (perché, ora lo confessi: “nel profumo di un mazzo di rose, mai, mi aveva cercato”), e gli oggetti familiari, le parole intime, parevano assenti: dunque restavano solamente le tue mani per toccare pietre di smeraldo e rose.
È la vita – il gioco della vita, il cambio contro lo zero o l’infinito delle possibilità, il baratto di un sorriso – esplosa in “gioia”, nella gioia di una canzone, di una strofa o ritornello, con davanti un mazzo di carte incompleto che puoi ancora mischiare con le tue parole di affetto, di luce, sempre pronte, sempre in marcia. Forse, Patrizia, ora vorremmo proteggere il “cuore” ritrovato in un’alta torre o nella corolla di un fiore di per sé impossibile, irreale: senza nessuno, nel profumo, nel tatto, nel gusto, distanti dalla morte, dalla sua freddezza, in compagnia di “quel suono che scintilla da un’arpa lontana (…) / ora nel giardino fiorito della vita”.
No, non sarà una bellezza insensata, sarà sufficiente che “nell’essenza di quella rosa diventata per sempre poesia” si rimanga in questa valle, ricominciando, con pazienza, a incidere sulla pietra dei nostri giorni – uguali, inamovibili pur nella reciproca successione – il mondo considerato alla rovescia, come rimanesse a galla tra le reti di questo aroma senza scottarsi ai raggi di una verità scontata e imposta, anzi, come fosse stretto in un “abbraccio misto a un bacio”. A settembre. Il tuo, Patrizia.

Cinzia Baldazzi

One Comment on “SOLO UNA ROSA ( con una recensione del critico letterario Cinzia Baldazzi )

  1. Grazie Cinzia, ho scritto tantissimo, ma ci sono alcune mie poesie che preferisco e che rimarranno legate alla mia anima per sempre, come questa. Hai evidenziato alcuni dei versi che sono le chiavi per aprire la poesia stessa, frutto di un’analisi interiore che non sempre è stato facile fare… Un abbraccio di stima e amicizia.

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